Intervista a Daniele Debernardi

A cura di Lucia Aldinucci

Daniele Debernardi nasce a Savona il 20/07/1960, poliedrico artista, attore, regista, drammaturgo e musicista dei suoi spettacoli. Dopo un periodo di studio e formazione iniziato nel 1982 con la scuola di recitazione organizzata dal “Piccolo Teatro di Savona”, con registi dello teatro stabile di Genova, inizia le sue prime esperienze in diverse compagnie teatrali.

Dal gruppo base “centro di ricerche espressive” di Savona, al “Teatro dell’Archivolto” di Genova (sotto la direzione di Francesco Firpo), al “Teatro del Vento” di Padova e fino al “Théâtre de l’Orange Bleu” di Grenoble (Francia). Svolge contemporaneamente una serie di esperienze nell’ambito del teatro di figura animata con il “Tieffeu” di M. Mirabassi (Perugia). Diplomato alla “Scuola dell’attore comico” di Antonio Fava a Reggio Emilia. Nel 1988 fonda il Teatrino dell’Erba Matta e realizza più di 10 spettacoli, dal 2002 si unisce alla cooperativa I.so./Teatro dell’Erba Matta di Toirano (SV) producendo più di 20 spettacoli ispirati alle fiabe della tradizione. E’ stato efficace il lavoro eseguito, per diversi anni, nel mondo dei servizi sociosanitari, ove è stata sviluppata, una conoscenza in ambito educativo, utile alle finalità dell’attuale progetto di messinscena di spettacoli rivolti alle famiglie.

In quale scuola teatrale ha avuto la sua formazione?
Ho avuto una formazione seguendo, in vari periodi della mia vita, percorsi di teatro che mi incuriosivano. In pratica dal 1982 al 1986 ho seguito la scuola di teatro organizzata dal Piccolo di Savona (città dove io risiedo), che promuoveva corsi di recitazione gestisti da attori e registi del Teatro Stabile di Genova (Massimo Meschiulam, Giorgio Gallione, Marco Sciaccaluga, Enrico Bonavera, altri…). La mia attenzione si è da subito incentrata nella commedia dell’arte, clownerie, narrazione di eventi sullo stile di imbonitori e cantastorie. Dopo varie esperienze lavorative in questo ambito, ho continuato la formazione frequentando nel 1996 la scuola dell’attore comico di Antonio Fava a Reggio Emilia e sempre di più contemplando il teatro di figura come forma di espressione per una personale e innata propensione al lavoro in scena con gli oggetti. Nel tempo mi sono dedicato parallelamente allo studio della fisarmonica e del canto ed ogni occasione che si è presentata con drammaturghi, scrittori e sceneggiatori. Ho altresì infine sempre praticato e sviluppato discipline plastiche e pittoriche.

Che significato ha per lei il mondo dell’infanzia e cosa lo ha indotto a recitare per i piccoli?
Il mondo dell’infanzia è per me molto importante perché è il principio della vita. Da qui nasce e sviluppa, il pensiero, l’atteggiamento che un soggetto ha nei confronti del mondo che lo circonda. Per destino e o per vocazione mi è capitato di lavorare sin dall’inizio della mia carriera in progetti che riguardassero tale fascia d’età. Ho sempre lavorato con attenzione. Sono sempre stato contento delle scelte maturate in più di 30 anni e rifarei tutto da capo, perché ho trovato una mia utilità sociale nel lavoro svolto in scena.

Quale differenza vi è nelle rappresentazioni per loro rispetto agli adulti?
Ovviamente la differenza più importante sta nel creare un allestimento che sia facilmente comprensibile e fruibile a seconda della fascia di intervento, in pratica i tempi dilatati e la semplicità dell’esposizione dedicata ai bimbi della scuola materna, ben si distanzia dal mondo adulto. Talvolta tale modalità può risultare noiosa al mondo dei “grandi” ma efficace per un giovane spettatore di cui dobbiamo rispettare tempi di attenzione e concentrazione. Nella mia esperienza ho spesso notato una buona risposta anche da parte del pubblico adulto che rimane comunque incuriosito se non altro per la particolarità della messa in scena gestita con pupazzi e scenografie mobili. Qui c’è un punto di incontro collettivo ed è per tale ragione che questa tipologia di spettacolo ben si identifica anche come teatro per le famiglie.

Oggi è una grande responsabilità impegnarsi in questa realtà fatta di sogni, di fiabe, di gioie, di paure, di curiosità, dove l’infante può essere plasmato facilmente e che si rimette in tutto al mondo dei grandi. Per lei che ruolo ha lavorare per i piccini? Cosa vuole insegnare loro attraverso le sue rappresentazioni?
Chi svolge questo tipo di attività, in diretto contatto con un pubblico prevalentemente composto di bambini sa di avere un’enorme valenza sulle menti dei loro spettatori essi, come spugne, assorbono tutto ciò che si presenta loro. Si imbevono di informazioni, immagini e suoni concentrati in un tempo isolato venendo così a conoscere una storia nuova. Il teatro è utile come mezzo di comunicazione, ma tale possibilità prevede che alla base ci sia il rispetto per i diritti dell’infanzia. Personalmente ho sempre individuato in ogni storia da me narrata nei miei spettacoli una soluzione all’interno del conflitto che porti giustizia. Una riflessione conclusiva ove siano esaltati i valori positivi, l’amicizia, l’incontro con il prossimo, tali valori sono ciò che ogni bambino assorbe e ne fa poi tesoro.

Mediante i bambini desidera dare anche dei messaggi importanti  ai genitori e agli educatori?
E’ importante lo spazio di incontro che uno spettacolo offre alla famiglia durante e dopo la visione del medesimo, dunque le riflessioni che mettono a confronto opinioni distanti per età, esperienza, sono utili pause di dibattito per un genitore attento. Sicuramente c’è un passaggio di visioni rispetto a ciò che si è vissuto nella “catarsi” dello spettacolo così come un bambino anche il suo genitore viene inevitabilmente a porsi delle domande. Trovo molto interessante quando si creano tali situazioni poiché sono sempre elementi di crescita. Ciò è positivo.

Nota dei cambiamenti sostanziali nei loro ruoli in questi anni?
La riflessione personale è posta dall’esperienza maturata in un periodo di lavoro trentennale. In tale lasso di tempo sono cambiate molto, naturalmente, la società, il costume, il variegato mondo dell’informazione. Si sa che il mondo dei piccoli è perennemente  plasmato dal mondo dei grandi. E’ sempre stato così. Oggi viviamo in una soggetta strutturata ove è estremamente diffuso l’uso di apparecchi mobili e/o postazioni fisse di comunicazione. Essi tutti utili poiché abbreviano i tempi ma sono potenzialmente dannose nel suo sovra utilizzo. Non nego la amara esperienza di aver avuto tra il pubblico pomeridiano della domenica alcuni genitori e/o bambini che durante lo spettacolo rimanevano in costante visione del loro cellulare, soli, nel buoi della sala, con quella luce azzurrognola sul volto un po’ cadaverica. Ora, a parte questa nota spiritosa, il fatto è che la solita punta di un iceberg ciò di una società meno disponibile all’attenzione. Ho l’impressione che tempo addietro ci fosse più … curiosità. Tutto ciò è comunque un lavoro in progressione poiché il teatro, anche in questa accezione, è educativo.

Costruisce anche pupazzi….che sensazione prova nel creare una forma, una maschera che poi prenderà vita?  Quanto lavoro c’è dietro ad una creazione?
Il mio lavoro (leggasi il Teatro dell’Erba Matta) è stato sin dall’inizio caratterizzato dall’impronta della figura sia essa oggetto spazio o soluzione scenica. Reputo di svolgere un mestiere artigianale ove la costruzione del pupazzo sia alla base di chi lavora nel teatro di figura. Insomma bisogna essere un po’ Geppetto che costruisce il proprio Pinocchio. La nascita di un pupazzo può essere considerata un po’ come la nascita di un bambino. C’è il primo periodo di innamoramento e di progettazione di un personaggio, poi ne segue un disegno preparatorio e li è come se lo vedessi , dalla lunga e divertente costruzione dell’ossatura, ai volumi, al vestito finale dura circa 9 mesi. Quando poi è nato gli insegno a muovere i primi passi e provo a dargli quella voce che già mi ero immaginato quando lui non era che un semplice sogno. Poi si sa … ai figlioli si ci affeziona e l’amore lo fa crescere. Ma quanta fatica deve fare il pupazzo per guadagnarsi il pane.

Collabora anche per I.So THeatre che “ promuove eventi di musica, teatro e servizi alla persona”. Un lavoro egregio dove vi è più del recitare. Ci può parlare della sua esperienza, come è nata la sua collaborazione e soprattutto la Cooperativa che obiettivi si prefigge? 
Da sempre mi è capitato per destino o vocazione di avere anche fare con il mondo dei semplici. Ho svolto una attività di tipo educativo con minori adolescente portatori di handicap psichico, oppure con gli anziani e in fin dei conti sempre nel settore sociale. Abbiamo la responsabilità di svolgere nel nostro mesterei un incontro con il prossimo. Spesso nel disagio le persone si spengono. L’obiettivo della Coop. I.So. è sempre stato quello di essere presenti nel tessuto territoriale, fornendo servizi alla persona di tipo educativo, informativo e, nel mio caso, legato al mondo della narrazione. Uno spazio speciale. Tutto nasce dalla necessità di essere presenti e partecipare in modo costruttivo alla vita del territorio. Un grande progetto che anima la cooperativa negli ultimi anni è la creazione di un luogo definito “il dopo di noi” (case alloggio permanenti per portatori di HK anziani senza più i genitori). Tale iniziativa vuole anche essere arricchita nel inventare uno spazio anche come luogo di incontro con il quartiere, con la città. La creazione di tale spazio ove usufruire di proiezioni di film, dibattiti, mostre d’arte, luogo  di performance teatrali, è un’ipotesi necessaria per favorire l’incontro con gli ospiti che risiedono all’interno della struttura.

In questo periodo storico in cui si avverte che tutto è estremamente veloce, liquido, facile da prendere, dove si è alla ricerca spasmodica della bellezza e dell’effimero ma che, spesso, può lasciar poco, lavorare nella realtà della disabilità è andare contro corrente. Che messaggio vorrebbe mandare ai giovani dall’alto della sua esperienza?
Il portatore di diversità (handicap o disadattati) è il Socrate della società moderna poiché ne mette in crisi i suoi valori. Questa frase che ascoltai dalla bocca del Dott. Montobbio, responsabile della psichiatria in quel di Genova negli anni ’80, per me fu folgorante e lapidaria. Svolgendo il ruolo di educatore nel mondo che circonda gli adolescenti problematici, incontri molte realtà diverse. La scuola è l’esperienza formativa, il posto di lavoro e di colleghi, ed infine tutto ciò che ti gira attorno: il mondo fatto di strade, autobus, segnaletica stradale ecc. c’è bisogno di ascolto ciò che ferisce di più è l’indifferenza. Spesso il mondo ci scivola via e talvolta è solo un pensiero gentile e positivo che, se sviluppato, porta alla presa di coscienza. Siamo un po’ tutti nella stessa barca, ognuno fa quello che può… importante è incontrarsi.

Quali sono i suoi progetti futuri?
 In questo ultimo devastante periodo è faticoso progettare per i motivi di cui tutti sappiamo. Pur tuttavia essendo il sottoscritto probabilmente un nevrotico creativo, ho iniziato a lavorare su una nuova idea di lezione/spettacolo mettendo in scena l’Inferno di Dante Alighieri. La pur ciclopica operazione prevede una messa in scena per cantastorie con la narrazione dei fatti contenuto nei canti accompagnata oltre che da un sottofondo sonoro, dalla visione di quaranta tele di dimensione di 1,70 metri per 1 metro. Esse sono rappresentanti i vari canti danteschi. Il narratore racconta ciò che accade usufruendo di questi enormi disegni (progettati, disegnati e dipinti a mano da me) alla maniera dei cantastorie di una volta. Vengono citate alcune terzine a sottolineare la forza della scrittura del poeta fiorentino. Il tutto in una completata visione e una corretta informazione dei contenuto del testo. In tale ipotesi la fascia di età a cui è diretto è per un pubblico di giovani ragazzi delle medie inferiori.

 

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Data

Dal 07/05/2021 al 07/05/2021

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