C'è qualcosa di struggente nel modo in cui Alessandro Serra, con il suo «Il canto di Edipo», si cala nelle polveri finissime di una lingua che sta morendo. Il grecanico — parlato oggi da meno di cinquecento anime sparse tra Gallicianò, Bova e Roghudi — diventa in quest'opera molto più di uno strumento teatrale: è un ultimo respiro, un richiamo che risale dal fondo del mare dei secoli per chiedere, ancora una volta, di essere ascoltato. E c'è una dolcezza acerba nel sapere che persino i giovani nati a Reggio Calabria lo custodiscono come un codice segreto, quasi fosse un amore nascosto da sussurrare.
Emotivamente, lo spettacolo muove da una nostalgia profonda: il desiderio quasi fisico di riportare in vita un mondo che non c'è più. I canti curati da Bruno de Franceschi sembrano voli limpidi che scendono dall'alto, sfiorano l'udito e affondano nel ventre dello spettatore, riempiendolo di una commozione che non sa di dove viene. Quando il grecanico, però, non riesce a superare la barriera dell'aulicità e resta sospeso nel distillato d'incenso, qualcosa in noi si smarrisce: sentiamo il peso di una bellezza che non ci parla direttamente, eppure ci tocca lo stesso, come una preghiera ascoltata da un altro angolo della stanza.
È allora nell'oscurità che lo spettacolo trova la sua voce più vera. Il buio senza tempo che inghiotte la scena non è solo scenografia: è la cecità di Edipo che diventa la nostra, è il momento in cui perdiamo la capacità di vedere e cominciamo infine a sentire. Le luci che passano dal nero vertiginoso alla sabbia del deserto ci guidano come emozioni vive attraverso la caduta e l'esilio del protagonista. Ci accompagna in questa narrazione il suono, talvolta stridulo talvaolta profondo, del coro a sottolineare lo scarnificarsi dell'anima, che tutto accompagna e mai silente ricerca il senso della vita.