L'architettura interiore: Martone nel silenzio di Ramondino

A cura di Fefe Leo

Il titolo, mutuato direttamente dal quadro di Caspar Netscher, non è solo una citazione estetica, ma la chiave di volta di un "teatro della mente”.

Se nel dipinto di Netscher domina un senso di ordine limpido e di armonia luminosa, lo spettacolo di Martone ne rappresenta quasi l’immagine riflessa e capovolta. La stanza non è più un ambiente elegante e rassicurante, ma si trasforma in uno spazio della memoria, chiuso e soffocante e, al tempo stesso, senza confini. È un luogo in cui il tempo smette di scorrere in modo lineare e si sospende, dilatandosi tra presente e passato.

La regia adotta un’impostazione essenziale, quasi pittorica, dove ogni elemento appare carico di valore simbolico. Il sipario rosso, ricorrente, funziona come un velo che separa e insieme confonde realtà e immaginazione, avvolgendo i personaggi in una dimensione ambigua. Lo spazio scenico diventa così un “non-luogo”, abitato da oggetti che emergono dal buio come apparizioni: strumenti musicali, un divano, spartiti sparsi, sospesi tra concretezza e visione.

Al centro si muove il Compositore, interpretato da Lino Musella, che offre una prova intensa e disillusa. Il suo è un uomo in crisi profonda, esposto in una nudità quasi domestica — canottiera e mutande — mentre combatte contro la propria incapacità di creare armonia in un mondo percepito come caotico e volgare. Attorno a lui si dispongono le figure femminili, affidate a Iaia Forte, Tania Garribba e India Santella: presenze che non si definiscono come personaggi tradizionali, ma come proiezioni, ricordi, affetti o muse stanche, talvolta ingombranti, che attraversano e abitano il suo monologo interiore.

Accanto a loro si inserisce anche la figura interpretata da Giorgio Pinto, che contribuisce ad ampliare la dimensione corale e mentale della scena. La sua presenza si configura come un ulteriore riflesso del protagonista, una voce o una controfigura che partecipa alla costruzione di questo spazio psichico frammentato, accentuandone il senso di disorientamento e molteplicità.

In questo universo, la musica perde la sua funzione conciliatrice. Se nel quadro era simbolo di armonia sociale, qui diventa segno di fallimento: uno strumento che amplifica isolamento e frustrazione. Il compositore non dirige suoni, ma un silenzio denso di rimpianti. La stanza si rivela così essere la sua stessa mente, uno spazio interiore in cui anche il pubblico appare come un’intrusione, una presenza quasi intollerabile nella sua solitudine.

Lo spettacolo si muove costantemente in una dimensione intermedia, in un “tra” indefinito: tra sogno e veglia, tra realtà e astrazione, tra una Napoli evocata e un altrove mentale. È proprio in questa sospensione che risiede la sua forza, ma anche la sua complessità.

Nel complesso, l’opera si presenta come un’esperienza teatrale densa e poco accomodante. In circa settanta minuti, la parola di Fabrizia Ramondino si fa materia viva, incarnata da un cast compatto e intenso. È un teatro che non cerca il consenso, ma il confronto emotivo diretto. Tra i punti di forza emergono l’interpretazione magnetica di Musella e l’uso raffinato delle luci, mentre la struttura astratta e fortemente monologante può risultare impegnativa per chi predilige una narrazione più lineare e tradizionale.

 

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