Dalla Bottega di Gassman ai Set Internazionali: Viaggio nel Teatro di Dora Romano

A cura di Fefe Leo

Attrice poliedrica e raffinata, Dora Romano è un pilastro dello spettacolo italiano con oltre 40 anni di carriera tra palcoscenico e grande schermo. Formatasi nel solco della tradizione teatrale più nobile, ha saputo conquistare la scena internazionale collaborando con i più grandi registi contemporanei, distinguendosi per un’intensità interpretativa unica.

Abbiamo voluto approfondire la sua conoscenza in un una breve intervista.

Dora, lei nasce a Castellammare di Stabia, si laurea in Sociologia, ma poi la vita la porta a Firenze, alla corte di Vittorio Gassman. Cosa ha significato per lei la "Bottega Teatrale"?
Ha significato catapultarmi nel teatro professionale, imparare regole, etica, comportamento e affrontare studi diversi da tutto ciò che avevo affrontato sino ad allora. Insomma entrare nel mondo che avevo sognato da sempre. Ero giovane ed estremamente entusiasta di tutto questo.

Nel suo percorso appare anche il "Metodo" dell'Actor’s Studio. Come si concilia il rigore di Gassman con l’approccio di Lee Strasberg?
Sono due approcci estremamente rigorosi entrambi. Con Gassman abbiamo approfondito il verso poetico, di cui lui era un cultore maniacale. Quell’anno fu molto improntato alla poesia: Dante, Alfieri, poeti americani della beat generation. Più avanti ho potuto conoscere un po’ il Metodo grazie a Maestri provenienti dall’Actors’ studio, più improntati all’introspezione psicologica e sensoriale dei personaggi. Nei miei approfondimenti cerco di mettere insieme questi aspetti.

Lei ha lavorato con Eduardo De Filippo. Che ricordo porta di quella collaborazione e cosa le ha lasciato "il Direttore"?
L’esperienza è stata estremamente formativa. Ero alle prime armi, quella era solo la terza compagnia che mi aveva scritturata. Anche lì il rigore era un imperativo categorico. La disciplina, la concentrazione e il rispetto per il palcoscenico erano prerogative fondamentali per tutti. Eduardo era certamente burbero, ma quel rigore lui lo esercitava su se stesso innanzitutto e lo pretendeva giustamente da tutti i componenti la compagnia, attori e tecnici. Una scuola fatta di silenzio, concentrazione e rispetto….tanta roba che si è persa oggi per la maggior parte dei casi.

In “Profumo - Storia di un assassino” ha interpretato la moglie di Dustin Hoffman. Com'è stato confrontarsi con un mostro sacro del genere?
Dustin Hoffman non era affatto un mostro , se non di simpatia e leggerezza. Non ho mai sentito la distanza o l’arroganza, quanto piuttosto l’accoglienza e il rispetto che si deve avere fra colleghi. In italia c’è questo mito di attori intoccabili, ma è una stupidaggine. Siamo tutti uguali in quanto professionisti; c’è chi è un genio e chi lo è meno, ma questo non cambia gli equilibri. Da lui ho cercato di “rubare” un po’ di tecnica attoriale, soprattutto per ciò che riguarda entrare nel personaggio nel tempo di un ciak e azione! Lui è un fenomeno in questo….forse qualcosa ho imparato. Per il resto un uomo molto semplice, che mi ha ceduto il suo camerino sul set mentre lui utilizzava il camper. Spassoso e dispettoso come uno scugnizzo….un bel ricordo e un grande orgoglio essere stata scelta fra 500 attrici in tutta Europa.

Il grande pubblico la ama per ruoli iconici come la Maestra Oliviero ne “L'amica geniale”. Perché, secondo lei, quel personaggio è rimasto così impresso?
Secondo me è stato molto merito del regista Saverio Costanzo, dal quale ho potuto avere il permesso di creare il personaggio della maestra anche un po’ discostandomi dal romanzo. 
Mi sono ispirata alle mie maestre e insegnanti al tempo della scuola per cercare di darle più profondità e originalità. La maestra Oliviero era una donna profondamente radicata nei dettami del fascismo, ma aperta alla creazione della nuova società del dopoguerra per  uscire  dalle ceneri di quella devastante distruzione. Ci è riuscita con Elena, ma non con Lila e questo lo sentirà sempre come il suo grande fallimento. Non siamo perfetti, ma cerchiamo di esserlo, forse  per questo il personaggio è rimasto così impresso: per la sua umanità.

Oggi la vediamo impegnata nella quinta stagione di “Imma Tataranni”. Chi è Filomena per lei?
Oddio…io non potrei essere amica della signora De Ruggeri, troppo diverse siamo, anzi direi opposte, come principi e come personalità, ma le sono affezionata e le sarò sempre riconoscente per avermi dato l’opportunità di farla vivere attraverso di me. Anche per Filomena ho avuto ispirazione da mia madre, che amava a dismisura e incondizionatamente l’unico figlio maschio, mentre le femmine dovevano stare al posto loro…ecco purtroppo l’influsso del patriarcato nelle famiglie soprattutto del sud. Ecco la gelosia, il desiderio di possesso e controllo sul figlio maschio, cose con le quali non sono mai stata d’accordo, anzi!
Ma la si perdona perché lo fa in buona fede, amando e difendendo la prole, come tante mamme. Che le vuoi dire? In fondo le vogliamo bene per questo.

Il 2024 e il 2025 la vedono protagonista di tantissimi progetti, da “Omen” e “Immaculate” fino a “Il Maestro” e “In the Hand of Dante” di Julian Schnabel. Sembra che il cinema internazionale la stia chiamando sempre più spesso.
Mi piace molto lavorare con gli americani. Lo show business è una gigantesca realtà e tanti punti di PIL. Ho sempre amato lavorare in inglese e in generale sulle lingue e i dialetti, penso sia dovuto a un certo orecchio musicale che ho dalla nascita. Due giorni fa ho fatto un provino per un film americano che si girerà in italia….speriamo bene. 

Dopo quarant'anni di carriera, cosa cerca oggi Dora Romano in un copione?
Leggo avidamente il testo, non vedo l’ora di fare la conoscenza del nuovo personaggio, sono mossa da una grande curiosità e dal desiderio di sfidarmi nella creazione di un personaggio profondo, forte, originale, mai banale…ecco tutto

Cosa richiede essere un attore oggi?
Oggi fare l’attore è distante anni luce da quando ho iniziato io. La cosa più negativa secondo me è  voler fare l’attore per arrivare immediatamente al successo e riposare sugli allori, e studiando poco o niente. Niente di più sbagliato. Per me dev’essere un bisogno, un’ispirazione, qualcosa di cui non si riesce a fare a meno e non semplice esibizionismo o esercizio narcisistico. Oggi purtroppo invece questa componente è primaria. Per questo dico sempre che chi cerca il successo facendo l’attore è meglio che cambi subito mestiere, perché il fallimento è già lì.

Dora, lavorare con Paolo Sorrentino in un film così intimo e personale come “È stata la mano di Dio” deve essere stato un viaggio emotivo particolare. Come ha costruito il suo rapporto con un regista che mette in scena i propri ricordi d’infanzia?
Paolo innanzitutto è un grande e geniale scrittore. I suoi personaggi sono dipinti nella sceneggiatura come un quadro su una tela. E’ preciso, tagliente, nessuno spazio all’improvvisazione, per questo sceglie attori bravissimi che provengano in gran parte dal teatro. Detto questo mi sono bastati pochissime sue indicazioni per la signora Gentile, che in parte è un personaggio reale e in parte creato su carta. C’è stata grande emozione e partecipazione durante le riprese, sapevamo che era la sua storia e io l’ho rispettato in tutto, mettendo a disposizione sua e del personaggio ciò che so fare.

Napoli è un tema ricorrente nella sua carriera, da Eduardo a Sorrentino. Come è cambiata la "sua" Napoli attraverso gli occhi di questi maestri?
Io provengo dalla provincia a sud di Napoli. L’ho un po’ vissuta durante gli anni dell’università, e poi tornando tante volte a recitare in tutti i suoi grandi teatri. Napoli stessa è una maestra di vita , di tolleranza e spirito di adattamento. Peculiare , nel bene e nel male , ma non la giudico, perché non la conosco abbastanza. Andarci ogni volta è come andare a New York o Parigi o Berlino…tutto è una scoperta, se non ci sei mai stato prima.

Il suo 2025 si annuncia incredibile. La vedremo in *Il Maestro* di Andrea Di Stefano e nel cast stellare di “In the Hand of Dante” di Julian Schnabel. Cosa può anticiparci di queste esperienze?
In questa domanda c’è un errore. Siamo nel 2026, non nel 25…. Il Maestro è uscito nel 2025, In the hand of Dante non è stato ancora rilasciato al momento. Il maestro è stato un esperienza molto intensa e a tratti sofferta. Una realizzazione parecchio faticosa per tutti, ma il risultato mi pare molto buono. Favino un bel compagno di set, abbiamo avuto tutte le scene insieme, poi molte sono state tagliate, ma il cinema è così. Julian Schnabel è un personaggio davvero peculiare. Un eccentrico artista a tutto tondo, simpatico e generoso, ma molto determinato ad ottenere ciò che vuole. Una bella esperienza che vorrei vedere sullo schermo, ma non se ne parla ancora. Ho un brevissimo ruolo, ma mi sono molto divertita a Palermo.

In questi anni l'abbiamo vista anche nel genere Horror con “Omen” e “Immaculate”. È una sfida tecnica diversa per un'attrice di formazione classica?
Girando due horror ho scoperto tante cose che sono dietro alla realizzazione di questo genere di film. Una lavorazione intensissima, una ricerca della perfezione , del dettaglio in ogni ciak e se ne sono fatti davvero tanti, per ottenere il giusto grado di emotività che scatena poi la tensione e la paura. Ho visto solo Omen ad oggi, confesso che ho paura degli horror, ma guardandolo ho capito che dietro c’è una fatica enorme e per questo va tutto l’onore al merito.

Dalla "Bottega" di Gassman ai set di Schnabel: qual è il filo rosso che tiene uniti quarant'anni di carriera senza mai un momento di arresto?
Gli anni oggi sono 45. Il filo rosso? La tenacia, la passione, quasi un senso di missione e poi tanta solitudine, resistenza ma anche esaltazione e felicità all’applauso del pubblico e al riconoscimento del proprio lavoro…vedere il successo di un personaggio è una sensazione impagabile di pienezza . Noi esistiamo perché il pubblico ci fa esistere e poter entrare nella sua anima e esserne partecipi è un fatto quasi mistico… E mi fermo qui, altrimenti mi ricoverate in psichiatria.

 

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