Federica Quaglieri e il suo "Filippo", spettacolo denuncia sul femminicidio

A cura di Fefe Leo

Federica quaglieri ci parla del suo spettacolo sulla violenza di genere affrontando un tema di triste attualità.

Come nasce lo spettacolo sul femminicidio?
Lo spettacolo nasce da un percorso durato cinque anni e mezzo in cui mi sono interessata al problema della violenza di genere. In questi anni ho ascoltato tantissime storie, sia di donne che di uomini maltrattati, ho realizzato tante interviste anche ai bambini per cercare di capire cosa stia accadendo. 

É stato un percorso difficile?
Umanamente si, però questo percorso è stato sostenuto dalle istituzioni che ci hanno appoggiato tanto. 

E a livello sociale?
Abbiamo realizzato dei flash mob per sensibilizzare sul tema come cittadini, perché non sappiamo realmente cosa stia accadendo a livello sociale.

È un fenomeno molto presente?
L’Italia ha il triste primato di essere al primo posto nella classifica europea della violenza di genere.

Vi è una chiara causa?
Molto nasce da una crisi economica, dalla figura femminile che è cambiata. Accade spesso che in una realtà familiare in crisi, quando il marito perde il lavoro, è la donna a sostenere la famiglia. Questo crea una discrepanza molto forte col nostro sistema culturale. 

Quindi l’uomo minato nel suo ruolo diviene violento…
Si, ma la cosa che mi sconvolge sempre è che la violenza non si manifesta solo come aggressione fisica ma esistono vari gradi di violenza, come quella psicologica, o lo stalking. C’è anche il ricatto economico. 

Ciò avviene nelle classi meno abbienti?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare avviene soprattutto nei ceti medio alti dove vi è un certo grado di cultura. Vi è una problematica differente, nei ceti più bassi vi è la necessità di sbarcare il lunario, in quelli più alti vi è la dignità del maschio ferita. Spesso vi è un comportamento appreso da piccoli. 

Quindi è il modello comportamentale trasmesso ai figli?
È un modello sbagliato, nasce la necessità di giungere alle nuove generazioni per riuscire a sensibilizzare sul modello di comportamento adeguato. 

C’è un’assunzione di responsabilità da parte di lei e lui?
Non c’è un’assunzione di responsabilità, spesso le donne che subiscono violenza dicono: me lo merito

Vi è una dinamica ricorrente?
Si, e vi è una discrasia nel sentire che la stessa vittima di violenza dica di amare il proprio carnefice. Vi è un evidente disagio all’interno della coppia, un colpevolizzarsi e una perdita di autostima. Autostima che viene minata anche dal comportamento altalenante dell’uomo che alterna fasi di violenza a quelle di dolcezza.

È così difficile per la vittima andare via?
Vi sono vari elementi che entrano in gioco in questa incapacità di allontanarsi dal proprio carnefice. Vi sono i ricatti, in special modo quando si è in presenza di figli, vi è un senso di vergogna, di riprovazione sociale.

Oggi la donna è più sola?
Direi che spesso le manca il coraggio di fare o non sa cosa fare. Quando mi capita di parlare con alcune riferiscono sempre come se il tutto fosse accaduto a una amica anziché a loro. É evidente la vergogna anche solo nel parlare di certe problematiche, la fatica che si fa nell’esporsi, pensando di perdere la stima sociale. Vorrei che il mio messaggio passasse da persona a persona, bisogna bucare la superficie del problema per poter andare in profondità.

Parlaci del tuo spettacolo…
É uno spettacolo che mi è stato cucito addosso. Artisticamente parlando ho avuto come madrina Mariangela Melato, da cui deriva una mia predilezione per un certo tipo di teatralità. Ho voluto che nello spettacolo vi fosse il passaggio dal comico al drammatico d'emblée. Parliamo di una storia di amore, che si sviluppa come un noir. Parte in modo assolutamente comico e poi d’improvviso, come accade nella vita, arriva l’imprevisto. 

Nel mio spettacolo in circa un’ora e trenta cerco di coinvolgere il pubblico senza la necessità di un giudizio. Si ha a volte la supponenza di avere le risposte pronte, la tendenza a elargire facili consigli. È facile sentir dire, in caso di violenze domestiche, frasi del tipo “Certo se ne poteva andare”, ma non è mai così. 

Come reagisce il pubblico?
In maniera esterrefatta. Il silenzio che avvolge il pubblico è la conferma che non abbiamo risposte ma possiamo andare a cercare le ragioni.

È quindi uno spettacolo di denuncia?
Si, lo è. Non vi è nessuna velleità di dare delle risposte certe, si pone l’attenzione su di un tema e si cerca di squarciare quel silenzio che spesso soffoca le grida di dolore di chi ne è coinvolto. Si cerca di evidenziare il problema prima che abbia un epilogo drammatico, indicando la possibilità di ricevere un sostegno esterno. 

Alla fine dei miei spettacoli lascio un volantino con i numeri delle strutture preposte all’aiuto delle donne in difficoltà

Il teatro riprende, così, il suo ruolo di denuncia affrontando temi di attualità, coinvolgendo le persone e aprendole alla discussione.

C’è attenzione sul tema?
Si, è un tema molto sentito. Ho portato lo stesso spettacolo al parlamento con i due vicepresidenti delle camere considerata l’importanza e l’attualità del tema

L’ho portato in giro per i comuni all’interno delle scuole per suscitare un dibattito con gli studenti, ma soprattutto sensibilizzare su di un tema e denunciare delle dinamiche in cui alcuni di loro potrebbero essere coinvolti all’interno delle proprie famiglie. Quando ciò viene a galla mi premuro di indicare loro le strutture territoriali che possono farsi carico di dare aiuto 

 

 

 

 

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Data

Dal 19/04/2019 al 19/04/2019

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