Alissa Huzar, quando l'arte è semplicità nell'opera prima di Jonid Jorgji

A cura di Fefe Leo

“Non cerco certezze dal mio vissuto, sia professionale che personale, devo essere semplicemente fiera di ciò che sto vivendo in questo istante. Devo amarlo questo istante.”

C’è curiosità per l’uscita, prevista nei primi mesi del 2019, del film “The Lions heading Venice” (I leoni diretti a Venezia), opera prima di Jonid Jorgji, giovane regista albanese che, dopo una serie di corti e documentari, si cimenta nel lungometraggio. 

La storia racconta di due cineasti albanesi, Vani e Kacim, amici di infanzia e professionisti del cinema dal carattere molto rigido e schematico, che devono andare al Festival di Venezia a presentare un loro film. Dato che uno dei due non prende l’aereo decidono di andare in macchina. Durante questo viaggio giungono in Puglia dove un loro amico cineasta presterà loro la macchina. Da qui hanno inizio una serie di avventure in cui vengono messe a dura prova le loro certezze di vita che affondano le radici nel proprio retaggio culturale.

Alle riprese hanno preso parte importanti sceneggiatori, e coadiuvato nella co produzione amici registi come Klajd e Dionis Papadhimitri, con Petros Antoniadis direttore della fotografia e David Tozer per il suono. Il cast presenta importanti attori albanesi e non come Vasjan Lami e Castriot Caushi, Natalia Tala de Maria, Alissa Huzar.  Vi è stata, inoltre, la supervisione artistica del grande pittore russo Valeri Tarasov.

Abbiamo incontrato una protagonista del film, Alissa Huzar, che ci ha raccontato la propria esperienza vissuta nel girare il film.

Come definiresti questo film?
Questo film lo definirei poetico. Il regista ha fatto in precedenza documentari e questo è il suo primo lungometraggio. Ciò nonostante vi è una dimostrazione di stile attraverso una narrazione ricca d’immagini, che inducono al sogno. Una narrazione che si sviluppa tra il comico e l’introspettivo. Riesce a parlare della differenza culturale, toccando temi profondi, senza essere pesante. 

Parlaci della trama del film…
La storia racconta di due registi albanesi che devono andare al Festival di Venezia a presentare un loro film. Dato che uno dei due ha paura di volare decidono di andare in macchina. Nel loro viaggio vengono coinvolte due donne che condivideranno con loro questa avventura.

Come avviene il loro incontro?
Il loro primo incontro avviene in una piazza dove, quelle che all’apparenza sembrano due suore, stanno spogliandosi per restare vestite con abiti normali. Le due in realtà sono le protagoniste di un film hard e hanno appena finito di girare. Una delle due è interpretata da me, sono un’attrice a luci rosse a fine carriera che, nonostante tutto, conserva una propria ingenuità. L’altra, Natalia Tala de Maria, è un personaggio più cinico e disincantato.

Vi è un secondo incontro dove i due protagonisti vedono queste donne su di una panchina mentre passano in macchina. Anche loro sono dirette a Venezia per un casting molto importante, potrebbe essere la loro ultima possibilità di lavorare, propongono quindi ai due di andare in macchina con loro.

Vengono subito accolte? 
No, per niente. All’inizio vi è la ritrosia accesa di uno dei due. Dato che capiscono che sono due attrici hard non vengono viste per nulla bene. Alla fine però si convincono a prenderle con loro per pura opportunità, le due possono essere delle utili guide nell’attraversare l’Italia.

Vi è uno scontro etico in atto?
Sono due realtà messe a confronto. Si creano i presupposti per il confronto di due mondi, quello degli intellettuali chiusi nel loro sapere e pronti a giudicare gli altri, talvolta ricorrendo a schemi precostituiti ma lontani dalla sensibilità dell’uomo comune, e il mondo reale popolato di persone che vivono in una quotidianità fatta di problemi autentici.

Vi è una sottile critica…
Talvolta basta aprirsi verso l’umanità per essere. 

Per te è stato un lavoro inusuale?
É un film diverso dai lavori fatti in precedenza, punta molto sulle immagini, le suggestioni, un po’ felliniano, le immagini sono a metà tra il sogno e il reale. Vi è una ricerca estetica dell’immagine. Ogni scena si avvale di location meravigliose.  Abbiamo girato anche in Puglia, una terra che amo, mi emoziona profondamente la bellezza del cielo, in qualche modo mi ricorda la Grecia. É una dimensione che mi esalta dato che io stessa sono naturalmente affine ai sogni. 

Cioè?
Vi è una scena girata in un museo pieno di rovine con un cavallo di marmo alto 8 metri e io dovevo bere un bicchiere di champagne mentre una luce intensa filtrava alle nostre spalle, ho trovato il tutto molto particolare e tra me e me mi son detta “Quando mi capiterà mai di bere un bicchiere di champagne sotto un cavallo”. In un’altra scena compare una mongolfiera che ci proietta una dimensione onirica. Per me tutto questo è stato meraviglioso.

Com’è il tuo personaggio?
Il personaggio che interpreto è molto genuino quasi puro, vive in una dimensione di sogno, conserva una propria semplicità nonostante il lavoro di pornostar. Vi è un contrasto, o meglio una separazione, tra il personaggio pubblico e la reale essenza della persona che è timida e imbarazzata.

É stato difficile entrare nella parte?
No. Per entrare nel personaggio non ho avuto indicazioni stringenti, il regista ha voluto che fosse il più naturale possibile lasciando che io stessa le dessi vita confidando sulla mia ispirazione e spontaneità. Ne è uscita una persona molto affine al mio essere, con la stessa capacità di meravigliarsi di fronte alle cose del mondo. 

La bravura del regista è stata quella di riuscire a trovare degli attori con una sensibilità e una personalità simile ai personaggi che avrebbero dovuto interpretare. Sono contenta di aver fatto parte di un progetto così coraggioso. Grazie al regista ho rivalutato alcune cose di me, come il sorriso. Mi è bastato essere quanto più naturale possibile per essere esattamente il personaggio che lui voleva, ho cercato la semplicità. 

Ti sei ispirata a qualcuno?
Un po’ a Forrest Gump, ma al femminile. Ho cercato la sincerità ed il personaggio ha preso vita naturalmente, un personaggio genuino senza sovrastrutture culturali. Ho preso ispirazione anche da Moana Pozzi, una donna bambina. Questo tratto emerge nel mio personaggio in modo evidente, ad esempio chiamo “uomo di mongolfiera” l’uomo che manovra la mongolfiera, non sapendo come altro definirlo. 

Il tuo personaggio è così ingenuo?
Per alcuni aspetti è molto maturo, ovvero sul piano emotivo. Difatti è lei che fa capire alla persona, il protagonista, che è sentimentalmente coinvolto e infine lui si abbandona, e là vi è la ricerca dell’essenza, non esiste la ricerca senza abbandono, altrimenti è come voler partire senza mai mollare gli ormeggi. Le persone come gli aerei sono fatte per viaggiare è lì la loro natura che trova una piena realizzazione, un viaggio senza abbandono è una speculazione razionale.

Ti ha imbarazzato interpretare un personaggio connotato da un aspetto così fortemente legato alla sessualità?
La sessualità per me è qualcosa di molto profondo, di molto spirituale, comporta il coinvolgimento di molte energie. Questo per dire come il mio personaggio non esprime la propria sessualità nel lavoro ma viene così vista dagli altri, non nella sua essenza come anima, ma con un forte pregiudizio. Lei viene molto criticata e all’inizio il protagonista neanche vuole sedersi con lei. Alla fine c’è il colpo di scena non solo perché lui si innamora di questa donna ma soprattutto nel cambiamento che lui avrà nei confronti della vita.

Cosa è per te l’amore?
L’amore per me è fatto di vibrazioni sottili, coinvolge tutto il tuo mondo spirituale, emotivo e mentale. Due persone percepiscono in uno sguardo questa affinità. É come se il destino desse loro una possibilità di scoprire l’altro e sé stessi attraverso l’altro. Se ciò non avviene allora forse non è amore ma amicizia.

E nella vita di coppia?
Fondamentalmente è comunicazione. Nell’amore vi è una comunicazione immediata a livello inconscio. Vi è un linguaggio molto sottile, basta un’occhiata perché si riesca a comunicare. Dopo di che, dopo che questo mistero è avvenuto, vivere una storia con qualcuno presuppone una totalità a livello energetico tra mente, anima e corpo. Quel che è fuori da questa totalità finisce per portarti a vivere non in armonia con te stesso, a disperderti. Io credo solo nell’amore totalizzante, che raccoglie e non disperde, che coinvolge due persone che si scelgono reciprocamente, che sanno anche stare un po’ a distanza, per non perdere le personalità individuali, ma incamminati nella stessa direzione tenendosi per mano, è come intraprendere un viaggio autentico di crescita in cui due personalità si trasformano. L'amore per me è una cosa molto semplice, precisa. 

Condividere la saggezza, la visione. Condividere le aspirazioni più profonde. Condividere questa straordinaria opportunità che è innamorarsi della vita. La condivisione!

Parlaci della tua esperienza vissuta a Tirana…
Tirana per me è stata una scoperta, me ne sono innamorata e anche la gente è molto genuina. È una città piena di vita, soprattutto notturna. I locali, dalle più diverse scenografie, sono pieni di gente in qualunque giorno della settimana. Si dice che investano più nel vivere che nel lavorare, la qual cosa mi è sembrata molto bella. Vi sono molte belle persone con un’immensa gioia di vivere negli occhi. È una di quelle città dove potrei vivere.

Diversa da Roma…
La mia esperienza di vita a Roma è stata molto stagnante ma costruttiva. Dopo tanti anni che ho viaggiato mi sono ritrovata a vivere un periodo a Roma anni molto statici, ma hanno avuto un loro senso, la vita ha i suoi ritmi, all’apparenza sono stata ferma ma dentro di me sono stati molto costruttivi. 

Sono stati anni di attesa…
Se provi a fare alcune cose quando dentro non sei pronto è come forzare qualcosa, la vita ti dice di aspettare così mi sono seduta e ho aspettato. O meglio ho preferito scegliere con criterio le esperienze della mia vita, tenendo bene in mente ciò che è davvero importante. Quindi non è stato uno stare seduta in modo passivo. È stato, piuttosto, un rallentare per mettere a fuoco e vedere meglio le cose. Sceglierle con cura. Quest’ultimo anno è stato di rinascita, posso dire che l’Albania è stata come una ciliegina sulla torta, mi ha salvato la vita in un certo senso, è stato come uscire da un letargo. Ho riscoperto la bellezza della vita, sia dentro che fuori, e la bellezza assoluta si ha quando i due piani coincidono ed è l’estasi.

Com’è stato lavorare in Albania?
Meraviglioso. Tirana mi ha rimesso a contatto con un ambiente internazionale come mi accadeva quando lavoravo nella moda, ciò non è più avvenuto nella staticità di Roma, ho così ritrovato quella dimensione di condivisione che mi è mancata tantissimo.  Le persone che per lavoro viaggiano molto sono abituate a confrontarsi e hanno una visione della vita molto diversa, priva di giudizio, ti fanno sentire libera. 

E la troupe?
L’esperienza umana vissuta con i miei colleghi è stata molto gratificante, l’Albania si è rivelata ricca di sorprese, di gente meravigliosa. Normalmente non amo svegliarmi presto la mattina ma a Tirana mi accadeva di essere sveglia già alle sei per l’entusiasmo di lavorare con queste persone che provengono da cinque differenti paesi Grecia, Inghilterra, Ucraina, Italia e Albania. Come una nave che va nello spazio a una velocità incredibile. È stato un bel lavoro, non per i soldi, ma per l’amore che tutti hanno dimostrato nel farlo, a prescindere dalle utilità materiali, si creano delle dinamiche molto belle anche sul set. Mi hanno trattato con una gentilezza autentica che non ho trovato altrove anche avendo lavorato con grosse produzioni. 

Hai trovato quindi un mondo molto affine al tuo…
Si. Mi circondo di poche persone nella mia vita ma che siano meravigliose a cui do molto, coltivo così il mio giardino. 

Quindi è stata un’esperienza che ti ha arricchito?
Si. Tutto ciò che non mi arricchisce l’anima non fa parte più della mia vita. É una fase in cui ho molte fragilità ma, al contempo, rispecchiano la mia forza. Mi butto nell’ignoto ma ne deve valere la pena, che l’esperienza che vivo sia unica nel suo genere, non importa dove mi porterà, non cerco certezze dal mio vissuto, sia professionale che personale, devo essere semplicemente fiera di ciò che sto vivendo in questo istante. Devo amarlo questo istante. Questa è unica certezza che chiedo da me stessa. Se così non è lascio andare. Nelle cose cerco la profondità e non mi va di sprecare tempo per le cose che non l’hanno, cerco la verità. Questo lavoro è stato così: un’esperienza profonda professionale e umana, da ricordare con il sorriso.

 

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Data

Dal 20/04/2019 al 20/04/2019

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